Nel cuore della
foresta viveva un vecchio albero. Nessuno sapeva
quanti anni avesse. La circonferenza del tronco
era tale che diciotto uomini non bastavano per
abbracciarlo, le radici si spingevano nella
terra per un raggio di cinquanta metri. Il suolo
al riparo della chioma era straordinariamente
fresco. La corteccia era dura come la pietra,
tanto che premendovi il dito, il dito doleva. I
rami ospitavano decine di migliaia di nidi e
davano rifugio a centinaia di migliaia di
uccelli, piccoli e grandi.
Al mattino, il primo raggio di sole era come la
bacchetta di un direttore d'orchestra che dava
il la alla poderosa sinfonia dei canti di
migliaia di uccelli, maestosa come il sorgere
del sole dietro la cima della montagna. Allora
tutte le creature della montagna e della foresta
si alzavano lentamente su due o quattro zampe,
in stupefatta meraviglia.
Nel tronco dell'albero c'era un foro grande come
un melone, a dieci metri da terra. Nel foro era
deposto un piccolo uovo marrone. Nessuno poteva
dire se l'avesse deposto un uccello. Alcuni
pensavano che l'avesse forgiato la sacra aria
della foresta unendosi all'energia vitale
dell'albero.
Erano passati trent'anni senza che l'uovo si
schiudesse. In certe notti gli uccelli venivano
svegliati da una nuvola sospesa davanti al foro,
da cui emanava una luce abbagliante che
illuminava tutta quella parte di foresta.
Finalmente, una notte di luna piena, l'uovo si
schiuse e ne uscì uno strano uccello. Era
minuscolo, ed emise un debole cinguettio nella
notte fredda. La luna era chiara e le stelle
brillanti. L'uccellino pigolò per tutta la
notte. Non era un verso di disperazione o di
baldanza, ma di stupita sorpresa. Pigolò fino
allo spuntare del sole. Il primo raggio luminoso
animò la sinfonia, che eruppe nel canto di
migliaia di uccelli. Da quel momento,
l'uccellino non cinguettò più.
Cresceva velocemente. Le madri-uccello portavano
nel foro semi e chicchi. Ben presto il foro
divenne troppo angusto, e l'uccello dovette
cercare un posto più grande per vivere. Aveva
imparato a volare, si procurava il cibo da solo
e raccolse fili di paglia per costruire un nuovo
nido. L'uovo era marrone, ma l'uccello era
bianco come la neve. La sua apertura alare era
ampia, e aveva un volo lento e silenzioso.
Spesso raggiungeva in volo luoghi lontani, dove
bianche cascate precipitavano giorno e notte
come se fossero il respiro maestoso della terra
e del cielo.
A volte non faceva ritorno per molti giorni. Poi
riposava nel nido per tutto un giorno e una
notte, tranquillo e pensieroso. I suoi occhi
brillavano: non persero mai l'espressione
sorpresa che avevano sin dalla nascita.
Nell'antica foresta di Dai Lao, sul fianco di
una collina, sorgeva una capanna da eremita, in
cui un monaco viveva da quasi cinquant'anni.
Spesso l'uccello volava sulla foresta di Dai Lao
e di tanto in tanto vedeva il monaco scendere
lentamente il sentiero verso il torrente,
tenendo in mano un otre per l'acqua. Una volta
vide un filo di fumo levarsi dalla capanna, e la
collina immersa in un'atmosfera di calore: due
monaci salivano il sentiero che dal ruscello
portava alla capanna, parlando tra di loro.
Quella notte l'uccello si fermò nella foresta di
Dai Lao. Nascosto tra i rami di un albero,
guardava il fuoco brillare nella capanna dove i
due monaci conversarono per tutta la notte.
Spiccò il volo e salì in alto, sempre più in
alto, sopra l'antica foresta. Per giorni e
giorni solcò il cielo senza mai posarsi. Sotto
di lui c'era il vecchio albero; ancora più
sotto, le creature della montagna e della
foresta si nascondevano nell'erba, tra i
cespugli e nella chioma degli alberi. Da quando
aveva ascoltato i discorsi tra i due monaci, la
sua perplessità era aumentata. Da dove vengo?
Dove andrò? Quante migliaia di anni vivrà ancora
il vecchio albero?
L'uccello aveva udito i monaci parlare del
Tempo. Che cos'è il Tempo? Perché il Tempo ci ha
condotti qui, e perché ci porterà via? Il chicco
che mangio ha una sua deliziosa natura, ma potrò
mai scoprire la natura del Tempo? L'uccello
avrebbe voluto cogliere un pezzetto di Tempo e
posarlo nel nido per poterne esaminare la
natura. Sì, anche se ci fossero voluti mesi o
anni.
Di nuovo volò in alto, sempre più in alto, sopra
l'antica foresta. Era come un palloncino che
scivolava nel nulla. Sentì che la sua natura era
vuota come quella di un palloncino. La vacuità
della sua natura era la base stessa della sua
esistenza, ma anche la causa della sua
sofferenza. "Tempo, se non posso trovare te
posso almeno trovare me stesso", pensò
l'uccello.
Per molti giorni restò tranquillamente nel nido:
aveva portato con sé una briciola di terra della
foresta di Dalai Lao. L'aveva presa per
esaminarla. Era stato profondamente colpito
dalle parole che il monaco della foresta di Dai
Lao aveva detto all'amico: "Il Tempo è fisso
nell'Eternità, dove l'Amore e l'amato sono Uno.
Ogni filo d'erba, ogni zolla di terra, ogni
foglia è Uno con quell'Amore".
L'uccello non era stato capace di trovare il
Tempo. Neppure la briciola di terra raccolta
nella foresta di Dai Lao rivelava qualcosa. Che
il monaco avesse mentito all'amico? Il Tempo è
fisso nell'amore, ma dov'è l'Amore? Ricordò le
cascate che precipitavano senza sosta nella
foresta settentrionale. Ricordava i giorni
passati ad ascoltare dal mattino alla sera il
loro fragore. Immaginava di cadere come una
cascata, giocava con la luce che scintillava
sull'acqua, accarezzava le pietre e le rocce che
la cascata bagnava. In quei momenti l'uccello si
sentiva cascata, sentiva che il continuo fragore
dell'acqua che precipitava proveniva da lui.
Un giorno, sorvolando la foresta di Dai Lao, non
vide più la capanna. La foresta era bruciata, e
della capanna rimaneva soltanto un mucchietto di
cenere. Angosciato, l'uccello spiccò un volo di
perlustrazione. Il monaco non si vedeva più.
Dov'era andato? Dappertutto, cadaveri di animali
e di uccelli. Forse il fuoco aveva divorato
anche il monaco?
L'uccello era sconcertato. Dove sei, Tempo?
Perché ci porti qui e poi ci trascini via? "Il
Tempo è fisso nell'Eternità", aveva detto il
monaco. Se era così, forse l'Amore aveva ripreso
il monaco dentro di Sé.
Di colpo l'angoscia lo invase. Volò rapidamente
all'antica foresta. Grida disperate di uccelli.
Crepitii. La foresta bruciava. Volò più veloce,
ancora più veloce. Il fuoco lambiva il cielo.
L'incendio era scoppiato vicino al vecchio
albero. Centinaia di migliaia di uccelli
strillavano atterriti.
Il fuoco minacciava già il vecchio albero.
L'uccello sbatté le ali con tutta la sua forza
credendo di poter spegnere il fuoco, ma le
fiamme si levavano sempre più alte. Si affrettò
al ruscello, bagnò le penne nell'acqua e corse a
spruzzarla sulla foresta. Le gocce sfrigolarono.
Non bastava, non bastava. Neppure intridere
tutto il suo corpo d'acqua sarebbe bastato per
spegnere il fuoco.
Strida di centinaia di migliaia di uccelli.
Strida di piccoli senza penne per volare via. Il
fuoco aveva attaccato il vecchio albero. Perché
non pioveva? Perché i monsoni che si
rovesciavano sulla foresta settentrionale non
cadevano anche lì? L'uccello si lasciò scappare
un grido lacerante. Era un grido colmo di dolore
e d'amore, e diventò l'impetuoso fragore di una
cascata.
Di colpo l'uccello sentì la totalità della sua
esistenza. Solitudine e vuoto si dissolsero come
un miraggio. La figura del monaco. L'immagine
del sole dietro la cima della montagna.
L'immagine di fiumi d'acqua che precipitavano
senza fine attraverso migliaia di vite. Il grido
dell'uccello era il fragore dell'acqua. Senza
paura, si lasciò cadere sulla foresta in fiamme
come una maestosa cascata.
Il mattino spuntò silenzioso. I raggi del sole
splendevano come sempre, ma non accesero nessuna
sinfonia, nessuna voce si alzò dalle migliaia di
uccelli. Intere parti di foresta erano
carbonizzate. Il vecchio albero era in piedi, ma
più di metà della sua chioma era bruciata.
Grandi uccelli morti, piccoli uccelli morti. Il
mattino nella foresta era silenzioso.
Gli uccelli scampati alle fiamme si chiamavano
con voci incredule. Si chiedevano per quale
miracolo, il giorno prima, il cielo sereno
avesse lasciato cadere un improvviso nubifragio
che aveva estinto l'incendio. Ricordavano di
aver visto l'uccello che spruzzava acqua dalle
ali. Avevano riconosciuto il bianco uccello del
vecchio albero. Coprirono in volo tutta la
foresta alla ricerca del suo corpo, ma non lo
trovarono.
Forse era volato via. Forse era stato bruciato
dal fuoco. Il vecchio albero, coperto di
ustioni, non disse nulla. Gli uccelli alzarono
la testa verso il cielo e cominciarono a
ricostruire i nidi nella chioma ferita del
grande albero. Avrà nostalgia il grande albero
del piccolo uccello che la sacra aria della
montagna e l'energia vitale di quattromila anni
avevano partorito? Uccello, dove sei andato?
Ascolta questo monaco: anch'io credo che il
Tempo abbia restituito l'uccello all'Amore da
cui provengono tutte le cose.

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