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Angeli del silenzio e della solitudine
da Trilogia neoellenica
Sono tornato ai vostri ultimi regni,
nella pace delle vallate
e delle rupi,
sui sentieri
senza più orme.
Ho ritrovato l'odore del mirto
e della menta selvatica.
Mi ha sorriso il muschio
come un talismano di smeraldo dimenticato.
Ho ritrovato sui ventosi altopiani
l'indicibile musica del risveglio del vento
e il vorticoso respiro dell'infinito.
Ho riascoltato di notte l'infausto incanto
delle invisibili civette.
E ho trasalito come per un rimorso
d'un' inesplicabile colpa.
Non fuggite da me
Angeli del Silenzio e della Solitudine!
Ho bisogno di voi.
Ho camminato tanto.
Sono un sopravvissuto.
E ora sono quasi
vicino alle mie origini primigenie.
Sento le foglie umide
tendermi le loro bocche
come coppe inebrianti di purezza.
Sarà passato un secolo
o una sola notte:
non importa più il tempo
ora che quest'alba
mi guarda come ad un bimbo.
I gridi degli anni
che sono trascorsi
non sono che un'eco remota.
Era qui il miracolo della perduta innocenza
qui dove ho portato
il mio ansito di fuggiasco.
Qui mi ha spinto quest'arsura
di fresche sorgive
come un cervo ferito.
Forse solo nell'ultimo istante
potrò cogliere per sempre
l'intera, viva, pura vostra luce,
Angeli del Silenzio e della Solitudine.
Per intanto abbiate pietà di me!

Ho
misurato gli anni
da Lucciole sul granturco
Qui ho imparato gli odori
tutti delle stagioni
e il linguaggio vellutato dei merli.
Ho spiato le tane
delle serpi e dei gufi
e ruzzolo a valle col riccio.
S'aprirono i miei occhi
su una verde vallata
ove scorre un torrente
e scendono fiori
a ciottoli ambrati
di granchi e d'anguille.
Ho misurato gli anni
al ritorno dei mosti
e al miele dei cannicci,
al respiro del vento nel camino
e al croscio argentato sulla soglia
delle palme benedette.
Ma quando il bosco esala
di funghi e foglie morte
sento più dolce ed intima la voce
della terra, un po' simile a mia madre
nel ricordo
che settembre fa triste.

Sola
da Favoloso è il vento
La mia ombra stanotte
in questa stanza a pianterreno
ove pende a fastidio di mosche
inquiete la lampada accesa,
ove sempre sono venuti
per le veglie dei nostri defunti,
è come il ritorno d'una vita
che vede - sola - se stessa
con occhi d'assurdo
tra queste pareti
entro cui il cuore scandisce
la mia insonnia di vivo,
al limite d'un'ombra più vasta.
Di là nella vecchia cucina
un antico odore di pane
in sere di lumi
(e i vostri occhi!)
forse è più vivo nel ricordo
che non la mia ombra stanotte.

Altra luce
da Quest'ombra sul terreno
Svampato il giorno
assaporano i campi
aria di luna, mite
ospite antica a queste soglie
ove si posa
con fiato di giovenca
da alti sentieri.
Ora piegano
glauchi i canneti
al sereno respiro della terra.
Altra luce le cime -
altro suono i torrenti.
Luccicanti rigagni
per meandri di luna
trascorrono ai piedi
d'uomini curvi ad irrigare.
Antico,
scavato come la terra hanno il volto.
E passano lucciole
e voci di cani,
e la notte,
immensa,
sull'aie assonnate.
Altra luce i pensieri
sull'arco dei colli rugiadosi.

Preghiera
da Quest'ombra sul terreno
Non Ti chiedo
mio Dio
che le notti
serene ove ritorni
nei sogni un
caro viso dall'oblio,
e si specchi
nell'onda del mio cuore
senza ombre e
non abbia timore
di rivivermi un
attimo d'accanto.
Ti chiedo pei
miei giorni
le fatiche
Signore,
che dall'odio
redimono e dal pianto.
Scorrano le mie
ore come fiume
sicuro
nell'avvio
al suo azzurro
destino.
E se il cielo
s'annera
per me di nubi o
Dio
ravviva del Tuo
lume
il mio breve
cammino
oltre il cerchio
dell'ombra alla Tua aurora.
E fa che questa
sera
del mio viver
terreno
sia, dinanzi
alla notte che s'appressa,
dolce e certa
promessa
di stelle e di
sereno.

Mi
cantano le fate del mio monte
Se ti strugge il disio
di vive fonti e cercan gli occhi luce
d’orizzonti lontani ;
se un nostalgico amore
d’azzurre solitudini e d’oblio
ti fa straniero ed esule nel mondo,
a noi ritornerai :
non son fantasmi vani
le fate del tuo monte.
Quassù ritroverai
i magici reami
ove cantano l’acque sui sentieri
e al transito dei venti
un tepido respiro
di bianche greggi sale dai torrenti.
Tu conosci il cammino
su pei declivi d’oro
quando di rosse fragole e di viole
odora il fresco bacio del mattino,
e son le conche cerule del verde
specchi iridati alla magia del sole.
Tu porti ancor negli occhi lo stupore
e un dolce incantamento
di risvegli di bimbo nell’avvento
di notturne nevate
e favolose aurore
sul caro monte delle belle fate.
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