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.::: Angeli Caduti :::.
La stessa natura angelica
Da un certo punto di vista angeli e demoni sono la medesima cosa, nel
senso che hanno la stessa natura, la stessa origine e le stesse
prerogative. Per il pensiero comune la loro differenza consiste nel fatto
che i primi sono volti al bene e all’obbedienza nei confronti della
Volontà Divina, mentre i secondi hanno scelto la via della ribellione e
del male; per altre linee di pensiero, invece, questa differenza è solo
apparente in quanto anche l'azione dei demoni deve sottostare alla Volontà
di Dio e rientrare nel Progetto Divino.
In ogni caso, l’esistenza di angeli e demoni è connessa a quello che è il
più drammatico problema non solo dell’uomo, ma dell’intero universo: il
bene e il male. E’ soprattutto l’esistenza di tale elemento negativo,
antagonista, distruttivo, rappresentato dal male e dal suo "perché" che ha
assorbito e tormentato le riflessioni di pensatori, filosofi, mistici,
religiosi, ma anche della gente comune. Questa sezione inizia con la
lettura della Bibbia e termina con l’analisi di Jung: nel mezzo, le
riflessioni di uomini che di fronte alle ombre e alle luci dell’esistenza
cercano spiegazioni.
La caduta / 1. Nella Bibbia
Il filosofo Romano Guardini, ci introduce all’interpretazione biblica
della caduta degli angeli:
Dal contesto della Rivelazione desumiamo che prima della creazione del
mondo visibile vi sia stata una creazione del mondo puramente spirituale,
cioè degli angeli. Quelli che furono allora creati, non sono soltanto
forze o rapporti, ma esseri, persone dotate di intelligenza, libertà e
responsabilità. Così anche nella loro esistenza vi è una scelta morale.
Gli angeli furono messi alla prova, riguardo alla santa sovranità di Dio,
che potevano o no riconoscere. Questa è stata la prima scelta fra il bene
e il male. Per la prima volta fu fatta la volontà di Dio. Che questa
volontà sia fatta è Regno di Dio; così ha avuto inizio il "Regno di Dio".
Ma allo stesso tempo è iniziata anche l’opposizione alla volontà di Dio.
Esseri dotati della massima forza della conoscenza, della volontà, della
libertà e della capacità di responsabilità si sono ribellati contro il
dominio di Dio. Perciò hanno scelto il male: sono divenuti esseri
satanici. Di qui la loro caduta. Tutto il loro essere era in gioco. Gli
angeli sono infatti puri spiriti e perciò semplici; in ciascuno dei loro
atti si esprime la totalità del loro essere. Così fu già nel loro primo
momento di vita, che fu perciò un momento di chiarissima consapevolezza,
di tremenda libertà, di attuazione piena di sé, senza residui. Atto
terribile, dal quale solo uscì l’Angelo vero e proprio – e il diavolo che
è l’essere veramente perduto, il nemico di Dio e non soltanto "demone".
L’esistenza del male deriverebbe dunque dalla ribellione, consumatasi
nella notte dei tempi, da parte di uno stuolo di angeli, che rifiutarono
di obbedire a Dio e all’ordine cosmico da lui costruito. Il capo degli
angeli ribelli è Lucifero, "il portatore di luce", "il figlio del
mattino"; è anche denominato Satana. Di Lucifero parla, nell’Antico
Testamento, il profeta Isaia (14, 12-15):
Come mai sei caduto dal cielo, o astro mattutino, figliuol dell’aurora?
Come mai sei atterrato, tu che calpestavi le nazioni? Tu dicevi in cuor
tuo: "Io salirò in cielo, eleverò il mio trono al di sopra delle stelle di
Dio; io m’assiderò sul monte dell’assemblea, nella parte estrema del
settentrione; salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile all’Altissimo".
Invece t’han fatto discendere nel soggiorno dei morti, nelle profondità
della fossa!
Nella Bibbia vi sono cenni sparsi di questa ribellione: secondo il libro
della Genesi, il male sarebbe preesistito all’uomo, giacché Adamo ed Eva
vennero sedotti dal "tentatore" in forma di serpente. Lucifero, il primo,
il più bello, il più splendente degli angeli creati da Dio, compì un atto
di ribellione nei confronti del suo Creatore perché, sospinto
dall’orgoglio e dalla gelosia, oltre che dalla superbia, volle sostituirsi
a Lui, cioè volle diventare Dio. Altri angeli lo seguirono nella
ribellione e tutti, dopo una tremenda battaglia celeste, furono sconfitti
dagli angeli fedeli all’Onnipotente e quindi precipitati nell’inferno. Il
Nuovo Testamento, nel libro dell’Apocalisse, fa un accenno, estremamente
sintetico ma preciso, a questa battaglia (12, 7-9):
E vi fu battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono col
dragone, e il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e il
luogo loro non fu più trovato nel cielo. E il gran dragone, il serpente
antico, che è chiamato Diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo,
fu gettato giù: fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati gli
angeli suoi.
Lo stesso libro dell’Apocalisse, pochi versetti prima, nel rivelare le
profezie sulla fine del mondo e sulla lotta conclusiva tra bene e male,
sottolinea la grande potenza demoniaca quando afferma:
E apparve un altro segno nel cielo; ed ecco un gran dragone rosso, che
aveva sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi. E la sua coda
trascinava la terza parte delle stelle del cielo e le gettò sulla terra.
Satana
Con il nome di Satana (l’avversario, in ebraico) o di diavolo (il
calunniatore, in greco) la Bibbia designa un essere personale, per sé
invisibile, ma la cui azione od influsso si manifesta sia nell’attività di
altri esseri (demoni o spiriti impuri), sia nella tentazione.
Il Vecchio Testamento non parla di Satana che molto raramente e sotto una
forma che, salvaguardando la trascendenza del Dio unico, evita
accuratamente tutto ciò che avrebbe potuto inclinare Israele verso un
dualismo, al quale era anche troppo portato. Più che un avversario
propriamente detto, Satana appare come uno degli angeli della corte di
Jahve, che svolge nel tribunale celeste una funzione analoga a quella del
pubblico accusatore, incaricato di far rispettare in terra la giustizia e
i diritti di Dio. Tuttavia, sotto questo preteso servizio di Dio, si
scorge già in Giobbe 1-3 una volontà ostile, se non a Dio stesso, almeno
all’uomo e alla sua giustizia: egli non crede all’amore disinteressato;
senza essere un "tentatore", si aspetta che Giobbe soccomba; segretamente
lo desidera, e si capisce che ne gioirebbe. In Zaccaria 3, 1-5
l’accusatore si trasforma in vero avversario dei disegni d’amore di Dio
circa Israele: affinché questi sia salvato, l’angelo di Jahve deve prima
imporgli silenzio in nome stesso di Dio: Imperet tibi Dominus.
La Genesi, inoltre, non parla che del serpente: creatura di Dio "come
tutte le altre", questo serpente è tuttavia dotato di una scienza e di
un’abilità che superano quelle dell’uomo. Soprattutto, fin dall’inizio,
esso è presentato come il nemico della natura umana. Invidioso della
felicità dell’uomo, esso giunge ai suoi fini usando già le armi che gli
saranno sempre proprie, astuzia e menzogna: "il più astuto di tutte le
bestie selvatiche", "seduttore", "omicida e bugiardo fin dall’origine". A
questo serpente la sapienza dà il suo vero nome: è il diavolo (Sap 2, 24).
Fin da questo primo episodio della sua storia, l’umanità vinta intravvede
tuttavia che un giorno trionferà sul suo avversario. La vittoria dell’uomo
su Satana, tale è di fatto lo scopo stesso della missine di Cristo, venuto
"a ridurre alla impotenza colui che aveva il potere della morte, il
diavolo" (Ebr 2, 14), "a distruggere le sue opere" (1 Gv 3, 8), in altre
parole a sostituire il regno del Padre suo a quello di Satana (1 Cor 15,
24-28; Col 1, 13 s). I vangeli presentano quindi la sua vita pubblica come
una lotta contro Satana. Essa incomincia con l’episodio della tentazione
in cui, per la prima volta dopo la scena del paradiso, un uomo,
rappresentante l’umanità, "figlio di Adamo", viene a trovarsi faccia a
faccia con il diavolo. Si inasprisce con le liberazioni degli indemoniati,
prova che "il Regno di Dio è giunto" e che quello di Satana ha avuto
termine, nonché con le guarigioni di semplici malati. Continua pure, più
dissimulata, nello scontro che oppone Cristo ai Giudei increduli, a questi
veri "figli del diavolo" (Gv 8, 44). Raggiunge il suo parossismo nell’ora
della passione. Coscientemente Luca la collega alla tentazione e Giovanni
non vi sottolinea la funzione di Satana se non per proclamarne la
sconfitta finale. Satana sembra condurre il gioco; ma in realtà "non ha su
Cristo alcun potere": tutto è opera dell’amore e dell’obbedienza del
Figlio. Nel momento preciso in cui si crede certo della vittoria, il
"principe di questo mondo" è "gettato fuori" (Gv 12, 31); il dominio del
mondo che una volta egli aveva osato offrire a Gesù (Lc 4, 6), appartiene
ormai al Cristo morto e glorificato (Mt 28, 18).
Se la risurrezione di Cristo consacra la sconfitta di Satana, la lotta non
terminerà, secondo Paolo, se non con l’ultimo atto della "storia della
salvezza", nel "giorno del Signore", quando "il Figlio, dopo aver ridotto
all’impotenza ogni principato ed ogni potestà e la morte stessa,
consegnerà il regno al Padre suo, affinché Dio sia tutto in tutti" (1 Cor
15, 24-28). Al termine della rivelazione, l’Apocalisse, specialmente a
partire dal capitolo 12, offre come una sintesi dell’insegnamento biblico
su questo avversario, contro il quale, dall’origine fino al termine della
storia della salvezza, l’umanità deve combattere. Impotente dinanzi alla
donna ed a colui che essa partorisce, Satana si è rivolto contro "il resto
della sua discendenza"; ma l’apparente trionfo che gli procurano i
portenti dell’anticristo terminerà con la vittoria definitiva dell’agnello
e della Chiesa, sua sposa: assieme alla bestia e al falso profeta, assieme
alla morte e all’Ade, assieme a tutti gli uomini che saranno stati vittime
delle sue astuzie, Satana sarà gettato nel lago di zolfo ardente, il che è
la seconda morte (Apoc 20, 10. 14 s).
Demoni
Il volto dei demoni, esseri spirituali malefici, nella rivelazione si è
illuminato solo lentamente. All’inizio, i testi biblici si sono serviti di
taluni elementi desunti dalle credenze popolari, senza metterli ancora in
rapporto con il mistero di Satana. Al termine, tutto ha preso un senso
nella luce di Cristo, venuto quaggiù per liberare l’uomo da Satana e dai
suoi subalterni.
Andando all’origine della credenza, l’Oriente antico dava un volto
personale alle mille forze oscure, la cui presenza è sospettata dietro i
mali che assalgono l’uomo. La religione babilonese aveva una demonologia
complicata, e vi si praticavano numerosi esorcismi per liberare le
persone, le cose, i luoghi stregati; questi riti essenzialmente magici
costituivano una parte importante della medicina poiché ogni malattia era
attribuita all’azione di uno spirito maligno.
Il Vecchio Testamento, ai suoi inizi, non nega l’esistenza e l’azione di
esseri simili. Si serve del folclore che popola le rovine e i luoghi
deserti di presenze fosche, mescolate alle bestie selvatiche: satiri
villosi, Lilit, demone delle notti… Primitivamente, mali come la peste o
la febbre sono considerati come flagelli di Dio, che li manda agli uomini
colpevoli, come manda il suo spirito cattivo su Saul e l’angelo
sterminatore sull’Egitto, su Gerusalemme o sull’esercito assiro (Es 12,
23; 2 Sam 24, 16; 2 Re 19, 35). Ma dopo l’esilio si attua più chiaramente
la divisione tra il mondo angelico e il mondo diabolico. Il libro di Tobia
sa che sono i demoni a tormentare l’uomo (Tob 6, 8) e che gli angeli hanno
la missione di combatterli (Tob 8, 3). Tuttavia, per presentare il
peggiore di essi, quello che uccide, l’autore non teme di ricorrere ancora
al folclore persiano dandogli il nome di Asmodeo (Tob 3, 8; 6, 14).
Ora, per i pagani, era una tentazione costante quella di cercare di
conciliarsi questi spiriti elementari rendendo loro un culto sacrificale,
in una parola, di farne degli dei. Israele non era al riparo dalla
tentazione. Abbandonando il suo creatore, si rivolgeva anch’esso agli
"altri dei" (Deut 13, 3. 7. 14), in altre parole, ai demoni (Deut 32, 17),
giungendo fino ad offrire loro sacrifici umani (Sal 106, 37). I traduttori
greci della Bibbia hanno sistematizzato questa interpretazione demoniaca
dell’idolatria, identificando formalmente gli dei pagani con i demoni (Sal
96, 5; Bar 4, 7), introducendoli perfino in contesti dove l’originale
ebraico non ne parlava (Sal 91, 6; Is 13, 21; 65, 3). In tal modo il mondo
dei demoni diventava un universo rivale di Dio.
Nel pensiero del tardo giudaismo questo mondo si organizza in modo più
sistematico. I demoni sono considerati come angeli decaduti, complici di
Satana e divenuti suoi ausiliari. Per evocare la loro caduta ora si
ricorre all’immagine mitica della guerra degli astri (cfr. Is 14, 12) o al
combattimento primordiale tra Jahve e le bestie che personificano il male;
ora si riprende l’antica tradizione dei figli di Dio innamoratisi delle
figlie degli uomini (Gen 6, 1 ss; cfr. 2 Piet 2, 4), ora li si rappresenta
in ribellione sacrilega contro Dio (cfr. Is 14, 13 s; Ez 28, 2). In ogni
modo, i demoni sono considerati come spiriti impuri, caratterizzati
dall’orgoglio e dalla lussuria. Essi tormentano gli uomini e si sforzano
di trascinarli al male. Per combatterli si ricorre agli esorcismi (Tob 6,
8; 8, 2 s; cfr. Mt 12, 27) che non sono più, come un tempo a Babilonia, di
ordine magico, bensì di ordine deprecatorio: si spera in effetti che Dio
reprimerà Satana ed i suoi alleati, se si fa appello alla potenza del suo
nome (cfr. Zac 3, 2; Giuda 9). Si sa d’altronde che Michele ed i suoi
eserciti celesti sono in lotta perpetua contro di essi e vengono in aiuto
agli uomini (cfr. Dan 10, 13).
Nella prospettiva di questo duello tra due mondi, la cui posta è in
definitiva la salvezza dell’uomo, si collocano la vita e l’azione di Gesù.
Gesù affronta personalmente Satana e riporta su di lui la vittoria (Mt 4,
11; Gv 12, 31). Affronta pure gli spiriti maligni che hanno potere
sull’umanità peccatrice, e li vince nel loro dominio. Tale è il senso di
numerosi episodi in cui sono di scena gli indemoniati: quello della
sinagoga di Cafarnao e quello di Gadara, la figlia della sirofenicia ed il
ragazzo epilettico, l’indemoniato muto e Maria di Magdala. Per lo più,
possessione diabolica e malattia sono mescolate; quindi ora si dice che
Gesù guarisce gli indemoniati (Lc 6, 18; 7, 21) ed ora che scaccia i
demoni (Mc 1, 34-39). Senza porre in dubbio i casi nettissimi di
possessione (Mc 1, 23 s; 5, 6), bisogna tener conto dell’opinione del
tempo, che attribuiva direttamente al demonio fenomeni che oggi rientrano
nella psichiatria (Mc 9, 20 ss). Bisogna soprattutto ricordare che ogni
malattia è un segno della potenza di Satana sugli uomini (cfr. Lc 13, 11).
Affrontando la malattia, Gesù affronta Satana; dando la guarigione,
trionfa su Satana. Dinanzi all’autorità che Gesù manifesta nei confronti
dei demoni, le folle sono stupefatte (Mt 12, 23; Lc 4, 35 ss). I suoi
nemici l’accusano: "Egli scaccia i demoni in virtù di Beelzebul, principe
dei demoni" (Mc 3, 22 par.); "non sarebbe per caso anch’egli posseduto dal
demonio?" (Mc 3, 30; Gv 7, 20; 8, 48 s. 52; 10, 20 s). Ma Gesù dà la vera
spiegazione: egli scaccia i demoni in virtù dello Spirito di Dio, e ciò
prova che il regno di Dio è giunto fino agli uomini (Mt 12, 25-28 par.).
Satana si credeva forte, ma è scacciato da uno più forte (Mt 12, 29 par.).
Ormai gli esorcismi si faranno quindi nel nome di Gesù (Mt 7, 22; Mc 9, 38
s). Mandando in missione i suoi discepoli, egli comunica loro il suo
potere sui demoni (Mc 6, 7. 13 par.). Di fatto essi constatano che i
demoni sono loro soggetti: prova evidente della caduta di Satana (Lc 10,
17-20). Le liberazioni degli indemoniati ricompaiono negli Atti degli
Apostoli (8, 7; 19, 11-17). Tuttavia il duello degli inviati di Gesù con i
demoni vi assume pure altre forme: lotta contro la magia, le superstizioni
e la credenza negli spiriti divinatori; contro l’idolatria in cui i demoni
si fanno adorare ed invitano gli uomini alla loro mensa; lotta contro la
falsa sapienza e contro le dottrine diaboliche che si sforzeranno in ogni
tempo di ingannare gli uomini; contro gli operatori di falsi prodigi
arruolati al servizio della bestia. Satana, già vinto, ha solo più un
potere limitato; la fine dei tempi vedrà la sua disfatta definitiva e
quella di tutti i suoi ausiliari (Apoc 20, 1 ss. 7-10).
INVIDIA - GELOSIA - ORGOGLIO - SUPERBIA
La modalità della "colpa" angelica, oltre che in un mancato riconoscimento
della sovranità divina, è stata variamente identificata. C’è per esempio
una lettura di tale colpa legata all’evento cristologico. Secondo S.
Ignazio, vescovo di Antiochia, la caduta angelica è dovuta alla loro
mancanza di fede nella missione redentrice di Cristo: "Angeli gli esseri
celesti, la gloria degli angeli, i principi visibili e invisibili se non
credono nel sangue di Cristo hanno la loro condanna". La ribellione degli
angeli, sempre in chiave cristologica, è invece talora colta nel fatto che
alcuni di essi non sopporterebbero l’imperscrutabile disegno che ha visto
Dio-Padre amare a tal punto gli uomini da inviare suo Figlio a incarnarsi
e a umiliarsi fino a morire in croce per la loro salvezza. Quest’amore
straordinario per gli uomini è per molti la vera causa della ribellione:
già Ireneo vedeva nella colpa di Satana un peccato d’invidia e di gelosia
nei confronti dell’umanità. Per fondare una tale lettura ci si basava in
particolare sul testo biblico di Sap 2, 24 dove appunto si parla di
"invidia del diavolo" nei confronti dell’uomo, creato a immagine di Dio.
Per quanto riguarda invece la tesi che vedrebbe Satana e i demoni
peccatori per orgoglio, essa presenta diverse e sottili sfumature. In
particolare i pensatori cristiani si dividono circa le cause di un tale
orgoglio anche se in termini generali concordano sul fatto che il primo
Angelo, Lucifero, volesse diventare come Dio e che gli altri angeli lo
abbiano in certo modo imitato. Lucifero, presuntuoso per la sua bellezza,
avrebbe desiderato ciò che era al di sopra di lui e a cui non poteva
pervenire. L’orgoglio l’avrebbe dunque spinto a provare un desiderio
inammissibile e indebito di dignità, a desiderare ciò a cui sarebbe
pervenuto solo in virtù della grazia divina. Un’ulteriore interpretazione
del peccato d’orgoglio è quella che concepisce la colpa di Lucifero come
il desiderio disordinato di un’unione ipostatica del Verbo di Dio con la
sua natura angelica allo stesso modo di ciò che avviene nell’incarnazione,
reputandola a lui assolutamente dovuta e ingiustamente rifiutata per
essere assurdamente accordata alla natura umana. Comunque, in definitiva,
questo peccato d’orgoglio, al di là delle diverse letture, è la malizia
assoluta che rifiuta di fatto la piena trascendenza divina nell’ordine dei
rapporti personali con Lui, nella pretesa, usando le parole di Isaia, di
"farsi uguale all’Altissimo" (Is 14, 14).
Oltre che nell’orgoglio, il peccato degli angeli è stato tradizionalmente
identificato in modo particolare nella superbia. Una vera e propria hybris,
volendo Satana essere signore del creato come Dio. Quest’atto di superbia
li ha in tal modo condotti ad una "non adesione" a Dio, ad una vera e
propria separazione da Lui. Ma la superbia è determinata anche da un altro
fatto: dalla pretesa di conoscere esclusivamente con i propri mezzi il
mistero divino.
A causa dell’orgoglio e della superbia l’Angelo dunque apostatò da Dio,
per cui verrà definito da Giustino e da Ireneo come "serpente apostata".
Al di là di questo, c’è chi come Anselmo d’Aosta nel suo De casu diaboli
cerca di cogliere più in profondità il senso ultimo di quella "colpa". Per
Anselmo
Satana ha voluto qualche cosa che egli conosceva senza averla. Ora, egli
conosceva Dio. In particolare, egli sapeva che Dio è totalmente autonomo e
ha voluto a sua volta essere totalmente autonomo, come Dio: ha voluto
agire "propria voluntate", senza riferimento al suo Creatore.
Nel peccato di Satana per Anselmo non c’è dunque né l’indignazione per la
creazione di Adamo né il risentimento per l’incarnazione del Verbo. Il suo
peccato è dovuto soltanto alla sua volontà di assoluta autonomia e non è
la conseguenza della conoscenza di determinati eventi. E in una direzione
analoga a quella di Anselmo si pone Tommaso d’Aquino quando sostiene che
Satana per ottenere la beatitudine soprannaturale della piena visione di
Dio non si è proteso verso Dio desiderando con gli angeli santi la sua
perfezione finale per grazia, ma ha voluto ottenerla con le sue proprie
forze naturali.
La caduta / 2. Negli Apocrifi
Nel Libro dei Vigilanti, che è una delle cinque opere che compongono Enoc
Etiopico, la caduta degli angeli è descritta come la colpa derivante dalla
loro unione sessuale con le figlie degli uomini da cui poi nacquero i
giganti, esseri violenti e malvagi. Si tratterebbe quindi della
conseguenza di una volontaria e libera rinuncia al loro stato da parte di
angeli innamorati della donna. Enoc nel sostenere questa tesi riprende un
passo della Genesi (6, 1-4) che allude ai titani, nati dall’unione tra
donne mortali ed esseri celesti, tra "figlie degli uomini" e "figli di
Dio". Se il giudaismo posteriore e molti tra i primi scrittori
ecclesiastici hanno identificato gli angeli in questi "figli di Dio", a
partire dal IV secolo, i Padri, sulla base di una concezione più
spirituale degli angeli hanno per lo più interpretato i "figli di Dio"
come la discendenza di Set e le "figlie degli uomini" come la discendenza
di Caino. Del resto, già in un’altra delle opere contenute nel libro di
Enoc, il Libro delle parabole, detto anche Enoc slavo, il peccato degli
angeli non è più quello carnale, ma un peccato di "apostasia", poiché gli
angeli non hanno ascoltato la voce e l’imperativo divini optando invece
per la propria autonoma volontà in un atteggiamento interiore di
opposizione e di disobbedienza. Si assiste quindi al passaggio in
direzione di una dimensione di interiorizzazione e di spiritualizzazione
del peccato degli angeli. E lo "scandalo" che l’uomo ha rappresentato per
l’intera corte del Cielo ha lasciato evidenti tracce anche negli angeli
fedeli, che non sono esenti ma anzi percorsi da un angoscioso dubbio di
fronte alla "novitas dell’uomo", come appare ad esempio nell’Apocrifo
Apocalisse di Paolo. Qui, la presenza dell’uomo tormenta quindi sia
l’Angelo buono, messaggero e custode, sia l’Angelo Caduto.
La caduta / 3. Nel Corano
Sulla vicenda della ribellione degli angeli, l’islamismo offre una
versione più "sentimentale" e "poetica". Satana, che il Corano chiama
Iblis, si sarebbe ribellato a Dio per un eccesso di amore nei suoi
confronti: quando Dio, dopo aver creato gli esseri umani, ordinò agli
angeli di servirli, Iblis si rifiutò perché sentiva di non poter amare e
servire altri che il suo Creatore. Per questa ribellione Dio lo cacciò.
Nella VII sura del Corano si legge:
Eppure vi abbiamo creati, poi vi abbiamo formati, poi abbiamo detto agli
angeli: "Prostratevi davanti ad Adamo!". E si prostrarono tutti eccetto
Iblis, che fra i prostrati non fu. E disse Dio: "Che cosa ti ha impedito
di prostrarti, quando te l’ho ordinato?". E quegli rispose: "Io sono
migliore di lui: me tu creasti di fuoco e lui creasti di fango!". E Dio
rispose: "Via di qui! Non ti è lecito fare il superbo! Fuori! Oramai tu
sei un essere spregevole."
Rispetto alla tradizione, questa sura conferma che Iblis non si poneva in
concorrenza con Dio, ma nondimeno manifestava la propria superbia nei
confronti dell’uomo e il proprio spirito insubordinato.
La caduta / 4. Una scelta irreversibile
Così scrive Massimo Cacciari nel suo "Angelo necessario":
Tutti gli angeli sono creati nella grazia, ma la grazia non violenta la
libera volontà. Alla mozione generale verso il Bene, propria di ogni
creatura, subentra il momento dell’opzione, che Dio vuole inalienabile:
come se Egli potesse regnare soltanto su una civitas di liberi voleri. Un
bivio, un tremendo passo carraio si presenta, allora, sulla strada
dell’Angelo, ed egli deve affrontarlo; non gli è concesso di rimanere
nella naturale mozione d’amore verso il suo Fattore. Qui egli deve
decidersi d’amare per poter amare totaliter alla fine. Il suo amore è
soltanto in via finché non ha pronunciato questo pieno Sì. Ma la
possibilità del Sì implica quella della negazione, cioè dell’affermazione
di un amore non rivolto al suo proprio Principio.
L’angelologia ortodossa insiste, con segno pressoché univoco,
sull’irreversibilità della decisione angelica. L’Angelo non potrebbe
ravvedersi, poiché tutto ha visto con perfetta chiarezza… L’Angelo è
altresì creato d’un sol colpo, perfettamente compos sui… e come la sua
natura non conosce evoluzione, divenire, così la sua conoscenza non è
costretta al faticoso itinerario dell’umana. Dio concede il tempo
all’uomo, perché per sua natura diveniente, affinché possa ri-vedere le
proprie scelte, ma costringe l’Angelo ad un solo, irreversibile aut-aut.
Dopo quell’istante la figura dell’Angelo sembra decisa in eterno: decisa
l’azione che l’Angelo caduto o demone dovrà compiere fino al Giudizio;
decisa l’orbita degli Angeli "felici", del Coro celeste. Deciso il
"rumore" infernale; decisa la polifonia paradisiaca.
Da quell’istante, la figura dell’Angelo non può più variare; gli Angeli
cessano di potersi volgere, come invece continuano ad essere le altre
creature. E al non potersi più pentire corrisponde simmetricamente, in
Cielo, il non poter più essere sedotti. Il corso dell’Angelo diviene fermo
e sicuro come quello delle stelle, certissimo come quell’argine che lo
zodiaco forma intorno alla Terra abitata.
La caduta / 5. Il male assorbito dall'Uomo e da Dio
SATANA: simbolo o persona?
L’interrogativo e lo scetticismo su Satana quale realtà personale hanno i
loro antecedenti storici e culturali soprattutto nel contesto filosofico
del razionalismo in età illuministica, quando appunto si tende a
contestare la personificazione del male. Nessuno può ovviamente negare
l’esistenza del male anche nei suoi tratti più terrificanti, ma la ragione
stenta ad accettare un principio personale che stia all’origine del male e
vada al di là dell’esperienza sensibile. Infatti Satana non cade sotto il
dominio percettivo dei nostri sensi né può essere razionalmente
dimostrato: il diavolo quindi come entità personale non può che essere
liquidato. A. Graf, nella sua opera del 1889, Il Diavolo, parla così:
Il diavolo è morto, o sta per morire e morendo egli non rientrerà nel
regno dei cieli, ma rientrerà e si dissolverà nell’umana fantasia, nella
stessa matrice ond’è uscito. La civiltà ha debellato l’inferno e ci ha per
sempre redenti dal diavolo.
Una tendenza che troverà una sua recezione anche nell’ambito del pensiero
cristiano (soprattutto nella teologia liberale). In particolare F.
Schleiermacher sostiene nella sua opera La fede cristiana, del 1821, che
"la credenza nel diavolo non deve essere presentata come una condizione
della fede in Dio o in Cristo".
Un altro duro colpo inferto alla concezione personale del diavolo verrà
indubbiamente dall’area delle scienze psicologiche, in particolare le tesi
di Freud e di Jung, che tendono a riportare tutto entro una conflittualità
insita nella stessa persona umana. Non ha quindi senso alcuno spiegare il
male morale con l’influsso di Satana e non esiste più una realtà oggettiva
personale e malefica al di fuori dell’uomo come appare chiaramente da
questo brano di Jung:
Un’altra figura, non meno importante e definita, è quella dell’Ombra che
si manifesta, o proiettata su persone adeguate o variamente personificata,
nei sogni. L’Ombra coincide con l’inconscio "personale" (corrispondente al
concetto freudiano di inconscio). L’Ombra è stata spesso descritta dai
poeti. Ricorderò il rapporto tra Faust e Mefistofele e gli Elisir del
diavolo di Hoffman, per citare due descrizioni particolarmente tipiche. La
figura dell’Ombra personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e
che pur tuttavia, in maniera diretta o indiretta, instancabilmente lo
perseguita: per esempio tratti del carattere poco apprezzabili o altre
tendenze incompatibili.
Importante è che l’uomo accetti il suo elemento demonico, la sua "ombra".
Tutto ciò non è privo di influenze sulla teologia contemporanea, se ad
esempio un teologo tedesco, J. Werbick, sostiene che molte espressioni
vanno "sdemonizzate" poiché gli esseri demoniaci sono semplici metafore di
quelle forze mondane che attanagliano l’uomo e lo rendono schiavo.
fonte
www.angeologia.it
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